Prospettive di riforma del mercato del lavoro sammarinese.

Luciano Angelini

Abstract


Da molti anni, Istituzioni e Parti sociali sammarinesi dibattono sulla necessità di arrivare ad un complessivo ripensamento delle regole che governano il mercato del lavoro. Purtroppo, nonostante l’impegno di molti, il mercato del lavoro sammarinese è rimasto fondamentalmente disciplinato da due leggi (oramai datate) – rispettivamente, l. n. 7 /1961 e l. n. 95/1989 – cui sono andati ad aggiungersi negli anni diversi provvedimenti, in sé ancora parzialmente condivisibili, che hanno dettato discipline specifiche, relative ad aspetti più o meno particolari, tra cui anche la formazione professionale. Ciò ha portato alla costruzione di un sistema normativo alluvionale, scarsamente coerente, incapace di esprimere un livello adeguato di efficienza, soprattutto se valutato nell’ottica di favorire l’incontro fra domanda ed offerta di lavoro. In considerazione degli aspetti della legislazione sammarinese che il tempo e i cambiamenti hanno reso inadeguati, ogni seria riflessione su un credibile progetto di riforma comporta la necessità di definire un impianto sistematico, globale ed organico, che si muova in coerenza con le più significative esperienze europee senza sottostimare le specificità del singolarissimo contesto socio-economico, riconducendo molte delle attuali normative in vigore, emanate spesso in modo sporadico e quasi emergenziale, a parti coerenti di un sistema caratterizzato da un elevato grado di coordinazione. Occorre, in particolare, rivedere tutto il modello di avviamento al lavoro, valorizzandolo in un’ottica radicalmente nuova di rafforzamento delle politiche di orientamento e di formazione professionale che, attraverso la realizzazione di un collocamento mirato, sono destinate a ridurre la disoccupazione. Un approccio la cui efficacia risulterà notevolmente accresciuta dalla complessiva razionalizzazione dell’insieme delle risorse che sarà possibile mettere a disposizione sia come “ammortizzatori sociali” destinati ai lavoratori disoccupati sia come incentivi al consolidamento dello sviluppo delle imprese; ammortizzatori ed incentivi da ascrivere, dunque, come momenti assolutamente qualificanti, espressivi di una logica di intervento premiale-condizionale che si contrapposizione al precedente modello esclusivamente repressivo-sanzionatorio. Questo tipo di progettualità non è per nulla incompatibile con modalità di attuazione che siano graduali nei tempi e diversificate negli strumenti: passare da un sistema di tipo prevalentemente burocratico, incentrato su procedure amministrative e rigidi regimi sanzionatori di avviamento, ad un sistema imperniato sulle c.d. politiche attive richiede un’attuazione per fasi successive che sia compatibile con la necessaria predisposizione della ristrutturazione funzionale degli organismi preposti e del reclutamento e formazione degli operatori destinati a gestire i nuovi servizi. Alla realizzazione di tale gradualità può sicuramente concorrere la scelta degli strumenti di tipo tecnico-giuridico da utilizzare. L’organicità e la sistematicità dell’intervento, infatti, esige la predisposizione di una legge quadro che sia contestualmente anche una “legge cornice”, nella quale dettare tutti i principi fondamentali del sistema di norme che saranno chiamate a governare il mercato del lavoro. Allo stesso tempo, l’alto livello di specificità implicito nelle regole da emanare impone di affidarne la stesura a fonti diverse – quali leggi speciali, decreti reggenziali, decreti delegati, regolamenti del Congresso di Stato, contratti ed accordi collettivi, delibere di organi amministrativi – assicurando, in ogni caso, l’ampio coinvolgimento delle forze sociali, coinvolgimento essenziale alla costruzione di un sistema efficiente e condiviso nei suoi capisaldi. Così affrontata, la questione della riforma del mercato del lavoro trascende i limiti di un provvedimento apprezzabile esclusivamente nella sua, pur importante, dimensione giuridica: esso assume, infatti, la portata di una vera “rivoluzione culturale”, destinata a ridefinire il ruolo dello Stato e gli obiettivi del suo intervento nel mercato del lavoro. Una rivoluzione, tuttavia, che se può spingersi fino a stravolgere le tradizionali strategie di politica del diritto, non potrà prescindere dalla considerazione degli interessi in gioco: quelli dei lavoratori, ad un’attività ben remunerata, qualificante, professionalmente stimolante, possibilmente stabile, presidiata da diritti; quelli delle imprese, ad una gestione efficiente, ad una manodopera professionalmente preparata, ad una flessibilità gestionale indispensabile ad accrescerne produttività e competitività; infine, quelli generali dello Stato, ad un mercato del lavoro ben organizzato, coerente, non discriminatorio, attento alle esigenze di crescita e di sviluppo economico, capace di mostrare attenzione e sensibilità rispetto ai bisogni ed alle aspettative dei suoi cittadini, specie di quanti sono socialmente ed economicamente più deboli.


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DOI: http://dx.doi.org/10.14276/1825-1676.356

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