Per la storia delle costituzioni siciliane. Lo Statuto fondamentale del Regno di Sicilia del 1848.

Maria Morello

Abstract


La Sicilia apre l’anno del rivoluzionarismo europeo ed italiano e la sua insurrezione può essere considerata come il primo sintomo che darà inizio alla “stagione” delle rivoluzioni, che estendendosi a macchia d’olio, avrebbero confermato l’esistenza di un comune spirito europeo. La ricostituzione dell’antico Regno di Sicilia, scaturita dalla rivoluzione del 12 gennaio 1848, pur nella sua breve durata, dette vita ad un’esperienza ispirata al costituzionalismo inglese, durante la quale furono riproposti con forza e consapevolezza gli obiettivi che da tempo erano propri dei due movimenti politici che in Sicilia tenevano il campo: quello dei democratici e quello dei costituzionalisti. Difatti era in atto nell’Isola un dibattito politico di carattere costituzionale che, sollecitato dall’esigenza di ribadire un’identità secolare, si accresceva raggiungendo forti punte di intolleranza nei confronti dei Borboni di Napoli. Allo scopo di cogliere il carattere peculiare della Costituzione siciliana del 1848, o almeno della maggior parte delle sue disposizioni, è stato necessario considerare la sua singolare genesi storica, e cioè il suo riallacciarsi, nel mondo ideologico e nelle aspirazioni politiche dei suoi autori, alla precedente carta del 1812, emblema memorabile delle libertà degli isolani, documento invocato, in funzione antinapoletana, nei numerosi momenti di crisi dei rapporti fra la Sicilia e Napoli. Il dibattito politico sfociò, dunque, nell’elaborazione di un testo costituzionale, che, riconfermando i principi del ’12, non solo pose le fondamenta per fare della Sicilia uno Stato sovrano, libero ed indipendente, ma anche per prepararla a diventare membro dell’auspicata federazione italiana. Gli elementi fondamentali dello Statuto del 1848 non consentono di darne il giudizio che alcuni studiosi hanno espresso, sopravvalutando l’enunciazione dei principi liberali e democratici in esso contenuti e il suo carattere di Carta, non ottriata, ma elaborata da un Parlamento convocato liberamente e teoricamente svincolato da ogni legame nella sua attività costituente. Al contrario, l’ascendente esercitato dal ricordo della Costituzione del ’12, la discordanza fra i principi che si volevano a fondamento della Carta e le disposizioni in cui essi non trovarono che blanda attuazione, fra la tendenza a proclamare le moderne libertà e la debolezza della convinzione circa il valore e l’opportunità della loro effettiva pratica, inducono a scorgere nella Carta siciliana un’esperienza costituzionale condotta dalle classi dirigenti su una linea estremamente moderata e largamente conservatrice. Fu adottato un modello costituzionale, ultrademocratico per quel tempo, sulla cui attinenza, ad un paese estremamente arretrato, nulla può dirsi di certo, perché fu applicato per meno di un anno, in un contesto di necessità tra abusi e disordini. L’ondata rivoluzionaria e lo sviluppo del costituzionalismo liberaldemocratico, che avevano toccato punte di massimo consenso in difesa delle libertà politiche e civili dei popoli ed in favore di una soluzione federalistica della questione italiana, verranno arginati e repressi dall’incalzare dei nuovi eventi. Il nuovo Stato ed il suo Governo, vittime della spedizione borbonica del Filangieri, sarebbero comunque stati destinati a fallire per cause intrinseche alla politica locale, tra le quali oltre alla carenza di forze militari e di alleati in campo europeo, occorre considerare la mancata soluzione dinastica. Nella primavera del 1849, lo Stato di Sicilia, ad appena sedici mesi dalla nascita, attaccato dall’esterno e debole nel suo interno sarà così costretto a soccombere.


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DOI: http://dx.doi.org/10.14276/1825-1676.289

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