Dall'instruere all'instrumentum e viceversa nell'economia della Roma antica.

Anna Maria Giomaro

Abstract


Attraverso la riflessione sull’utilizzo dell’instrumentum nell’economia dell’antica Roma, e sulle diverse componenti che esso viene a ricomprendere a seconda del diverso tipo di bene cui si rapporta e della finalità economica (o latamente economica) che si vuole raggiungere, il presente lavoro consente di definire più concretamente l’instrumentum stesso sulla base della definizione che ne dà Ulpiano come
apparatus rerum diutius mansurarum, sine quibus exerceri nequiret possessio (D.33,7,12 pr.). Partendo dalle fonti che trattano dell’instrumentum fundi e parallelamente
dell’instrumentum domus, e allargando lo sguardo ad altri instrumenta che trovano collocazione nell’ambito di varie imprese commerciali, si considerano le differenti conseguenze degli atti di disposizione che presentano formulazione diversa,
per concludere che, se l’instrumentum ha una sua valenza oggettiva per cui solo la sua esistenza rende usufruibile e/o produttivo il bene, non può negarsi al disponente
(per atto mortis causa o per atto tra vivi) la possibilità di “arricchire” in varia misura il potere concesso o trasferito. E il cerchio si chiude sulla testimonianza di Isidoro (etym. 5,25,26-28) che instrumentum est, unde aliquid costruimus, ut
cultrus, calamus, ascia. Instructum, quod per instrumentum efficitur, ut baculus, codex, tabula. Usus, quem in re instructa utimur, ut in baculo innitere, in codice legere,in tabula iudere; sede t ipse fructus agrorum, quia eo utimur, usus vocatur.

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DOI: http://dx.doi.org/10.14276/1825-1676.141

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